Feeds:
Articoli
Commenti

Fine novembre. Anni settanta. Istantanee in bianco e nero…
Dopo una settimana la nebbia che stringeva il paese era diventata parte del territorio.
I colori della campagna veneta assumevano tutte le sfumature impalpabili e umide del grigio.
La domenica pomeriggio per noi ragazzini, era il giorno dedicato alla partita di calcio.
Il pallone lo portavamo a turno. Io dovevo insistere una settimana, per convincere mio padre a spendere tremila lire per comprare un pallone di cuoio nuovo. L’alternativa altrimenti, erano quelli di plastica. Leggeri. Inaffidabili. Incontrollabili. Si potevano anche vincere raccogliendo le “valide”. Queste, erano figurine che trovavi nelle bustine della Panini e ti permettevano di avere in regalo una palla di plastica.
I colori erano tre. Bianconero. Rossonero. Nerazzurro. Praticamente quelli delle squadre più amate di quel tempo.
Lo andavi a prendere nell’edicola del paese ed erano sempre racchiusi in una grande rete simile a quella dei pescatori.
I primi calci avvenivano nel giardino di casa. Al primo tiro, mia madre urlava dalla finestra: “Mi raccomando i fiori”.
Al secondo palleggio il pallone finiva inevitabilmente sulle rose.
Pssssssss… una delle spine aveva bucato la plastica.
Con il cuore gonfio di delusione aspettavo il ritorno di mio padre dal lavoro. Lui pazientemente, scaldava un coltello sulla fiamma del fornello della cucina, e riparava la plastica. Uno sfregio. Una cicatrice che poteva voler dire però, riprendere a giocare, anche se l’effetto “nuovo” era svanito.
Per il pallone di cuoio invece, le cose erano diverse. Erano costosi. Preziosi. Amati e curati con dedizione.  Usavamo per esempio il grasso che si adoperava per gli scarponi, per impedire che le cuciture con il tempo, si rompessero. Al centro avevano dei lacci, simili a quelli per le scarpe. Attraverso quell’apertura s’infilava dentro la camera d’aria che in seguito veniva gonfiata con un grosso ago. Terminata questa operazione, si chiudeva il tutto con un nodo.
Il nostro campetto l’avevamo ricavato spianando un piccolo di terreno incolto. Avevamo lavorato tutta l’estate, togliendo le erbacce e i rami secchi.  Costruito i pali delle porte con delle vecchie travi irregolari. Non c’era la rete nella porta; questo però non ci impediva di urlare: gooool!
Con della calce presa da un vicino cantiere edile, avevano tracciato le linee del campo. Il terreno però confinava con un canale e con una serie di alberi che segnavano il limite con la stradina di passaggio. Purtroppo era inevitabile che durante la partita il pallone finisse in acqua o sospeso tra i rami.
Ci toccava così, interrompere il gioco per arrampicarci sugli alberi o recuperare la palla nel canale prima che la corrente la trasportasse lontana.
Non dimenticherò mai l’aria umida e fredda. Il rumore delle scarpe con i tacchetti che pestavano la terra inzuppata.
“Passa… al centro!”. Maurizio, mezz’ala sinistra.
La squadra di Via delle Sirene era formata da otto giocatori e per allenarci prima dei tornei che si sarebbero giocati in primavera, ci trovavamo la domenica pomeriggio, dopo l’ora di pranzo.
“Faccio io la squadra!” . Moreno, lo stopper.
Formavamo due squadre da quattro giocatori per parte. Poi s’iniziava.
“Dai… scarta … lancia sulla fascia!”. Franco, terzino destro.
Se le cuciture del pallone non erano state ingrassate a dovere, si potevano strappare. Così capitava che durante la partita, accidentalmente uscisse una parte della camera d’aria dal cuoio.
“Il pallone ha una tetta!” Urlava Moreno, lo stopper. Dopo un breve conciliabolo si decideva a malincuore, di mettere da parte il prezioso pallone per farlo riparare ed usare quello con la “sfregiata”.
“Fallo arbitro!”.
Arbitro… Mi… no so stà!”. Moreno, lo stopper.
Lui, era rude e deciso nei suoi interventi. Una sicurezza a difesa del portiere. Un rivale temibile per gli antagonisti. Lo chiamavamo “Alce”.
Moreno, lo stopper, colpiva palla o caviglia.
“Mi… no so stà…”.
Una scivolata verso la palla sulla pozzanghera. Un rimpallo pericoloso a centrocampo. Ecco che il pallone calciato in alto “a campanile” s’impennava per almeno dieci metri. Poi, scendeva a doppia velocità. Un meteorite di pantano.
“Mia!Mia!”. Moreno, lo stopper.
Alce si lanciava sprezzante del pericolo sulla palla. L’impatto era tremendo. Un macigno di cuoio e fanghiglia. Lo stopper colpiva la palla con la fronte con estrema forza. Un boato.
Lui però, ciondolando, rimaneva inspiegabilmente in piedi; sembrava immune al dolore. Il segno del nodo stampato sulla pelle.
Odore di fango. Erba. Umidità pesante come pioggia, che ti aggrediva le narici e la gola.
Partite interminabili; estenuanti. Sudore e bruma.
Si lottava nel pantano e più le condizioni atmosferiche erano difficili più ci si divertiva. Quando c’era nebbia fitta, non vedevi nemmeno la porta avversaria, ma poco importava, anzi questo aumentava il rischio e di conseguenza il nostro piacere.
Ricordo la mia tuta con le righe bianche sulle maniche che cambiava colore dopo appena cinque minuti di gioco. Da blu a marrone.
Le scarpe da calcio con i tacchetti inchiodati sulla suola, dopo mezz’ora di gioco nel fango, pesavano come piombo.
Si lottava. Si rideva. A nessuno interessava se una volta arrivati a casa si dovevano subire le battute di scherno.
Ricordo ancora le parole di mia madre: “ C’è una buca ora sul campo… visto tutto il fango che hai addosso!”. Mauro, portiere.
Verso le diciassette le ombre della notte s’impadronivano del campo. I giocatori parevano fantasmi avvolti nella foschia.
“Chi segna… gà vinto!” Moreno, lo stopper.
Chi da quel momento segnava per primo, vinceva la partita. Potevi essere in vantaggio dieci a zero ma se l’avversario trovava il rimpallo giusto, il colpo di bravura potevi uscire dal campo sconfitto.
L’adrenalina aumentava come il buio.
“Goal!”. Una pacca sulle spalle. Gli ultimi sfottò. Poi, si tornava a casa. Vincitori e vinti.
Dentro il cuore però, eravamo tutti dei vincitori!
Ancora nebbia. Mia madre aveva già riempito la vasca da bagno. Immerso nelle volute di vapore, mi tuffavo nell’acqua bollente per guarire le ferite e togliere il pantano.
In cucina il televisore era acceso. Mi arrivavano smorzate, la sigla di “novantesimo minuto” e subito dopo le voci di Maurizio Barendson e Paolo Valenti che commentavano i risultati delle partite di calco di serie A.
Uscivo dal bagno con il corpo e lo spirito ritemprati.
L’atmosfera in cucina profumava di patate americane e caldarroste.
Mio padre seduto davanti alla tv, brontolava controllando la schedina del totocalcio.
Sulle gambe le botte e le escoriazioni si facevano sentire, ma una buona tazza di cioccolato caldo leniva ogni dolore.
Nella testa avevo ancora le immagini della partita. I goal sbagliati. Le parate del portiere. Nel cuore una grande gioia.
Quell’allegria indescrivibile che solo molti anni dopo, ho scoperto avere un sapore speciale, quello di momenti unici, magici e irripetibili… il sapore della nostalgia.
“Chi segna… gà vinto!”.

Frammenti sparsi… di memorie lontane.
Pagine intinte di nostalgia, scritte con un inchiostro blu, lo stesso che usavo a scuola.
Ore 12:25. Primi di novembre.
Uno dei quei giorni qualsiasi. Noiosi, di quelli dove gli adulti brontolavano perché pioveva. Di quelli dove noi… giocavamo sulle pozzanghere.
Una manciata di minuti al termine delle lezioni. Quei secondi eterni, che non passavano mai.
In fretta e furia riponevo il sussidiario nella cartella; mi vestivo, e uscivo dalla classe assieme ai compagni. 
Quella mattina però, c’era una particolare frenesia che aleggiava nei corridoi della Giulio Cesare Parolari.
C’era stata una soffiata durante la merendina, bisbigli. Qualcuno aveva visto aggirarsi un furgone sospetto davanti all’ingresso della scuola e subito era scattato il passa parola. All’uscita: li regalavano!
Ore 12:28. Le classi erano tutte ordinate e in fila sotto il controllo vigile della maestra e i richiami delle bidelle. Il vociare nell’imponente atrio si faceva via via, sempre più forte.
Le porte erano già aperte e dall’esterno arrivava un’aria fresca e umida che portava con sé tutti i profumi della pioggia.
I miei occhi, come quelli dei tanti compagni erano però rivolti all’esterno a cercare Lui.
Ore 12:30. La campanella.
Le file si spezzavano. In pochi attimi, regnava un caos festoso. Sorpassando i compagni più lenti, si sfrecciava di corsa per arrivare primi davanti al cancello.
L’uomo era lì. Con il suo furgone. Il portellone aperto sul retro. Una marea di grembiuli neri s’infrangeva contro quello scoglio umano.
Quasi tutta la scuola, almeno la maggioranza maschile, era radunata in strada davanti a quell’uomo misterioso.
Erano momenti unici, intensi, in cui dovevo lottaresgomitare… per riuscire ad averne “uno”. Perché le scorte potevano finire; e allora si sarebbe consumato il dramma della delusione.
Ero talmente elettrizzato che mi sembrava di scorgere un sorriso mentre incrociavo il suo sguardo divertito. Finalmente, le grosse dita si protendevano verso di me tenendo in mano l’oggetto del desiderio. Ora: lo possedevo!
Era: il mitico album delle figurine dei calciatori della Panini.
Prezioso. Ambito. Immancabile, accessorio per noi bambini degli anni settanta.
Ricordo che lo infilavo delicatamente perché non si sgualcisse, all’interno della cartella assieme a un paio di bustine.
In compagnia di Maurizio poi, mi affrettavo per andare a casa. A spingerci ad accelerare il passo non era la fame, ma il desiderio e la curiosità di aprire subito l’album. Di strappare le prime bustine e vedere quali calciatori si trovavano all’interno.
Strapp… Rivera…
Non dimenticherò mai, il profumo della Coccoina, la colla bianca che stendevo sul retro della figurina, ma non troppa altrimenti s’incollavano le pagine dell’album.
Strapp… Haller…
Quell’odore… di nuovo; di qualcosa… di non ancora violato, scatenava un’emozione fortissima.
Strapp… Mazzola…
Giravo le pagine con cura come si trattasse di una preziosa reliquia.
Facchetti; ce l’ho… Salvadore; ce l’ho… doppia! 
Una doppia!
Le bustine costavano dieci lire e le acquistavo la domenica mattina. Prima c’era la messa delle nove e quarantacinque. Poi, il cono di panna in pasticceria. Per finire la coda in edicola per le bustine di figurine. Cinquanta lire; cinque bustine.
Strappp… Domenghi; ce l’ho…
Altra doppia!
Più l’album si riempiva, più si rischiava di avere due De Sisti, o tre Albertosi. Le doppie così venivano utilizzate per gli scambi con gli amici.
Io le tenevo strette con un elastico, ordinate, e prima del pranzo della domenica, andavo a trovare il capo della banda di via dei Fauni: Maurizio il mio inseparabile amico di allora.
Il baratto procedeva in gran segreto dentro il magazzino del padre, al riparo da occhi indiscreti.
L’atmosfera puzzava di olio e benzina. Nascosti dietro la Lambretta del signor Orfeo, sfogliavamo le figurine usando la sella come tavolo d’appoggio.
Pierino Prati; ce l’ho… Bulgarelli; manca…
Non volevamo che i nostri genitori ci beccassero. Perché i rimproveri non sarebbero mancati e frasi del tipo: “Invece di studiare e fare i compiti perdi tempo con quelle cose lì…” ci avrebbero tormentato tutto il giorno.
Un altro modo per scambiarle era quello di giocarsele.
La bisca: erano i corridoi della scuola.
L’ora del misfatto coincideva con quella della ricreazione.
Al suono della campanella, dalla cartella di finta pelle rossa, tiravo fuori la merendina e il mio prezioso pacchetto.
Con una mossa rapida le nascondevo nella tasca del grembiule. Controllavo di soppiatto che nessuno si fosse accorto di nulla e mi avviavo verso il luogo dell’appuntamento.
Tutti gli sguardi che incontravo lungo il corridoio erano quelli dei miei compagni giocatori.
Vicino ai bagni c’era già bagarre.
Il sistema escogitato dagli alunni più grandi, era semplice. Si lasciava cadere la figurina da un’altezza di circa un metro. La fortuna o la bravura consisteva nel fare in modo che la tua, finisse sopra di quella dell’avversario. Se questo non succedeva, si continuava ad oltranza, finché uno dei giocatori non riusciva a far finire… Gigi Riva, sopra Suarez.
A quel punto vinceva tutta la posta. Tutte le figurine sul pavimento.
Naturalmente avevamo il palo. Il compagno che stava di vedetta accanto alla scala, era solitamente quello che aveva già perso tutte le doppie il giorno prima. Il suo compito era di sorvegliare la zona e avvisare nel caso arrivasse una bidella o una delle maestre, o peggio ancora: il preside.
Ogni fruscio poteva essere pericoloso. Ogni brusio sospetto veniva monitorato. Un colpo di tosse e la riunione finiva. Le figurine ritirate.
Le giocate terminavano quando la campanella della ricreazione suonava, e si doveva rientrare in classe.
Trapattoni: ce l’ho…
Le foto dei calciatori aumentavano di settimana in settimana e immancabilmente per completare l’album ti mancava una figurina.
Pizzaballa: manca!
Il Sacro Graal…
Se avevi fortuna, dopo molte settimane, quando ormai avevi perso la speranza, un amico te la procurava. Altrimenti, eri costretto a scrivere all’editore e fartela mandare a casa.  Questa soluzione però, guastava la soddisfazione di aver completato la raccolta senza aiuti… ufficiali.
C’erano anche molti altri che uscivano nel corso dell’anno scolastico. Quello dei calciatori Panini però era in assoluto quello più amato e ricercato.
Quello, che è rimasto nella memoria di noi: reduci degli anni settanta. Una reminiscenza, macchiata dall’inchiostro della nostalgia.
Anastasi… ce l’ho!

 

 

 

Via delle Sirene.
Anni settanta.
Fotogrammi di memorie passate. Scatti di un paesaggio autunnale che non esiste più. Nei primi giorni di novembre, la campagna veneta aveva un colore predominante: il grigio. Un mondo antico che visto attraverso le lenti magiche degli occhi di un bambino assumeva contorni irreali; di fantasia.
Al tramonto la bruma risaliva dal canale infagottando la terra con i sui spettri eterei.
Grigio. Impalpabile.
Dentro quell’universo ci vivevano eleganti, ed evanescenti fate.
Grigio. Umido.
Elfi ballerini danzavano sui fili d’erba raccogliendo la rugiada in minuscole otri.
Grigio. Avvolgente.
Gnomi impertinenti e laboriosi popolavano la folta boscaglia.
Ancora grigio. Ricordo i miei occhi proiettati oltre i vetri della finestra in cucina. Scrutavo la foschia che arrivava, non appena il sole era scomparso dietro i pioppi. Pensavo alle onde di un mare fatato che scivolavano lentamente a coprire ogni cosa; ma non i sogni di un bambino.
La domenica mattina, mio padre mi svegliava di buon’ora e mi portava con sé a cercar funghi.
Per me, era come partire per una pericolosa spedizione nella foresta amazzonica. La sera prima andavo a letto prestissimo con la mente proiettata alla mattina successiva. Dormivo poco e male; con il risultato di essere già sveglio quando l’ombra di mio padre si stagliava sulla soglia della camera.  “E’ ora!”. Sussurrava.
Ci vestivamo con abiti pesanti e stivali di gomma, cercando di non svegliare chi in casa ancora dormiva.  Niente colazione. Uscivamo con il termos di caffè preparato la sera prima da mia madre.
Una volta fuori, una tazza di liquido caldo e fumante serviva a scaldarci anima e viscere. Attraverso le volute di vapore dalla fragranza di caffeina, osservavo la brezza giocare con la bruma.
Nell’oscurità tutto viene amplificato. Compresi i suoni e i rumori.
Usignoli e Codirossi si agitavano tra le fronde. I pettirossi saltellavano sui rami protetti dall’ombra della quercia.
Il giorno tracciava ombre lunghe come ali di un demone in una campagna grigia. Tetra.
Con gli stivali più grandi di una taglia, sfidavo l’erba bagnata mentre ci inoltravamo tra i rovi scavalcando i canali di scolo ancora asciutti. Un percorso che ci portava attraverso il terreno coltivato, fino all’interno di un grande pioppeto. L’emozione a quel punto raggiungeva l’apice.
Fantasmi di vapore mi venivano incontro sospinti dalla frescura. I merli facevano un gran baccano sui rami dei platani.
Un odore forte di terra bagnata mista a fogliame marcio saliva dalle narici fino in gola.
Altra sosta. Altra tazza di caffè.
Io e mio padre, come Don Chisciotte e Sancho Panza affrontavamo quell’esercito di soldati ordinati in lunghe file, bardati di nero.
Andiamo!”. Ordinava l’anziano cavaliere al suo giovane scudiero.
Capitava lungo il tragitto di dover affrontare una roggia più grande delle altre. Spesso finivo per cadere tra le foglie secche e i rami inzuppandomi di terra umida e foglie.
Ricordo la mano grande e forte di mio padre che mi aiutava a rialzarmi. Il suo sorriso bonario, accompagnato dalla frase: “Io alla tua età… saltavo i fossati per lungo…”.
Con pazienza m’insegnava la differenza tra prataioli, chiodini e altre qualità di funghi. Adoravo il profumo che lasciavano le spore sulle dita quando staccavo i chiodini dalla corteccia. Con un bastone, e molta esperienza, mio padre spostava il fogliame secco, scoprendo sui ceppi colonie di funghi. La gioia mista a soddisfazione si faceva largo tra le rughe del volto.
Dopo un paio d’ore si faceva ritorno a casa con il bottino; a volte sontuoso, a volte povero.
Erano lo spirito e il cuore però, a tornare sempre arricchiti.
Il mattino dopo, quando uscivo per andare a scuola la nebbia non aveva ancora abbandonato il paese, anzi su ogni oggetto aveva dimenticato il suo mantello piovigginoso.
Le ragnatele splendevano alla prima luce dell’alba come collane Swarovski.
Ricordo di nebbioni, come li chiamava mio padre, che duravano intere settimane. La campagna assumeva così, ai miei occhi, giorno dopo giorno, un aspetto irreale. Quasi fiabesco.
Dopo i compiti, raggiungevo gli amici dal signor Gregorio. La stradina sterrata che portava a casa sua era ricoperta da un soffice mantello di foglie. Dal canale la bruma si rovesciava sui capi, invadendo l’orto e il frutteto. Spettri di vapore sotto il portico solleticavano gli attrezzi da lavoro appesi alla parete.
Il contadino ci accoglieva nel suo casolare facendoci assaggiare i frutti dei suoi campi, come il mosto con le castagne calde.  I melograni che aveva appena raccolto dall’albero. Gregorio ci faceva tirare su il secchio pieno d’acqua dal profondo pozzo per lavare i cachi.  Li strofinavamo bene, rendendo il colore arancio più lucido e cangiante. Infine, appendevamo soddisfatti quei frutti autunnali al muro nella cantina a maturare.
Aiutare il signor Gregorio non era faticoso e spesso ogni episodio si trasformava in gioco.
All’interno di quelle mura che puzzavano di stantio e fermentazione alcune botti dormivano nell’umida oscurità. L’anziano contadino ci versava il vino novello schiumandolo nelle tazze di terracotta. Il profumo ci solleticava il naso. Un dito di nettare e una manciata di caldarroste.
Il vecchio contadino rideva del nostro imbarazzo; della nostra goffaggine. I volti divenivano buffe espressioni di felicità. Guance paonazze. Labbra tinte di vino rosso. Dita sporche di fuliggine che passate distrattamente sul viso ci trasformavano in bizzarre maschere del teatro dell’assurdo.
La sua casa profumava di legna. Di braci perennemente accese. Di polenta che ribolliva nella pentola. Gregorio con un tono caldo ci spiegava la difficile arte del lavoro nei campi. La fatica di alzarsi ogni giorno all’alba.
La moglie ci guardava attraverso i vapori del cibo, mentre mescolava la farina con il bastone di legno dentro la pignatta di rame.
Prima che facesse buio il signor Gregorio, ci portava nel pollaio. Orgoglioso ci faceva tenere in mano i pulcini appena nati.
Con il suo aiuto, salivamo una scala di legno per raggiungere il granaio. Il legno scricchiolava sotto i nostri passi.
Assieme a lui sistemavamo una catena montuosa fatta di pannocchie che sarebbero servite a dar da mangiare agli animali durante l’inverno.
Il giallo e l’arancio si fondevano. Macchie pastello nell’oscurità.
Prima delle diciassette si scappava a casa con il cuore gonfio di gioia.
Erano gli anni settanta. In via delle Sirene, ogni esperienza si trasformava in gioco.
Ogni gioco in calore.
E i colori… in poesia.

In principio fu la radio.
A valvole. A transistor.
In casa, mentre sui fornelli cuoceva il sugo di pomodoro, la musica e le voci della radio erano le uniche compagnie per mia madre e per noi bambini piccoli.
Sabato. Appena dopo pranzo.
Ricordo le risate di mia madre mentre lavava i piatti ascoltando la voce di Corrado con la sua “Corrida, dilettanti allo sbaraglio”. Prima di emigrare in televisione, questo programma ebbe un grandissimo successo alla radio. Semplicità, e un’allegria contagiosa simile a quella di una sagra paesana erano la ricetta vincente della trasmissione.
Domenica mattina.
Di ritorno dalla Messa, con Maurizio e Moreno ci fermavamo in pasticceria. In tasca avevamo cinquanta lire per comprare un cono con la panna. Velocemente poi, si accelerava il passo per arrivare a casa in tempo per le undici.
In cucina la radio era già accesa. Sui fornelli la pentola con il brodo ribolliva esalando i profumi delle verdure messe a cuocere.
Tutte le domeniche si ascoltava: “Gran Varietà”. Uno spettacolo radiofonico comico che si avvaleva di attori del calibro di Bice Valori e Paolo Panelli. Alberto Sordi ed Enrico Montesano. Alighiero Noschese, Franca Valeri, Gino Bramieri e molti altri.
I loro bizzarri personaggi ci accompagnavano tra sorrisi e serenità fino all’ora di pranzo. Quando in tavola arrivavano i tortellini in brodo e il pollo arrosto con le patate.
Metà degli anni sessanta. Mia madre usava una pettinatura che la faceva somigliare alla signora Marion, la mamma di Richie Cunningham di Happy Days e come lei, era casalinga. Due figli e un marito le lasciavano poco spazio per i suoi amori: la lettura dei romanzi rosa ambientati in località esotiche e i fumetti di Diabolik. Le faccende di casa però, a un certo punto della mattinata subivano un rallentamento.
Ore 09:00. Il radiodramma a puntate.
Piccole perle di dieci minuti recitate da un gruppo di attori provenienti dal teatro come Arnoldo Foà, Ubaldo Lay, Alberto Lupo, con la regia di Anton Giulio Majano.
Marion, spegneva il gas e si accomodava sul tavolo da cucina. Le sue mani, incapaci di stare ferme rammendavano i nostri calzini, mentre io mi sedevo accanto alla radio chiudendo gli occhi.
I rumoristi con i loro effetti e suoni riuscivano a creare un’atmosfera ricca di magia che ti catapultava letteralmente all’interno della storia.
Un pomeriggio piovoso d’autunno mio padre portò a casa la nostra prima televisione. A tubo catodico. Enorme. In bianco e nero.
Video killed the radio star…
Davanti a quella scatola magica io e mia sorella sedevamo ipnotizzati dal demone. Subito, però fummo avvertiti: “Dopo Carosello, tutti a nanna!”. Tuonarono i nostri genitori.
Il diavolo catodico tuttavia, di pomeriggio si trasformava in angelo.
Poco prima delle diciassette, il rituale era più o meno sempre lo stesso. Finivo di corsa i compiti per casa. Riponevo il sussidiario, e l’enciclopedia Conoscere.
Chiudevo con cura il tappo di colla “coccoina” altrimenti si sarebbe seccata diventando inutilizzabile e ricollocavo in cartella i quaderni e la mitica Carioca.
Un capitolo a parte lo meriterebbe proprio la: “Carioca multicolor”.  Una penna con dieci refill di vari inchiostri. Il meccanismo a scatto ti permetteva di usare di volta in volta varie tonalità di colore in funzione di quello che si voleva evidenziare. Il corpo della penna era in metallo e plastica. Quel marchingegno a scatto nella mia fantasia spesso si trasformava nella penna-pistola di James Bond.
Ore 17:00.
Il profumo della cioccolata calda penetrava in camera e mi avvisava che era arrivata l’ora della tv dei ragazzi.
Mi sedevo a tavola con la tazza fumante davanti mentre sullo schermo apparivano le immagini in bianco e nero della sigla.
Memorie intermittenti. Immagini sgranate. Frammentate. Ricordo… “Chissà chi lo sa? “. Fu uno dei primi quiz per bambini condotto dal bravissimo comico: Febo Conti. Negli anni sessanta questo attore era famoso per essere l’interprete del Ridolini italiano. Le sue comiche mute venivano trasmesse ogni sabato pomeriggio.
C’era lo “Zecchino d’oro”. Presentato da Cino Tortorella, alias il mago Zurlì. Una gara canora tra bambini con l’aiuto del coro dell’Antoniano di Bologna.
In casa si faceva un tifo calcistico. Meglio: “Quarantaquattro gatti…” o “Popof”? Il dubbio veniva presto dimenticato mentre affogavamo i biscotti nel cacao bollente.
Le storie di Rin-Tin-Tin e del caporale Rusty. Il protagonista del telefilm era un cane lupo progenitore del commissario Rex che arriverà molti anni più tardi.
Avventure western che qualche giorno dopo con gli amici inseparabili, replicavamo usando le pistole giocattolo e i cappelli da cow-boy rimasti in armadio da febbraio.
Per restare sempre in tema western ma in chiave comica, c’erano i telefilm de “I forti di forte coraggio”.
Ci si spostava poi, con quella magica macchina del tempo chiamata TV, nel medioevo di “Ivanhoe”. L’eroe senza macchia né paura con la pesante armatura era interpretato da Roger Moore che in seguito vestirà i panni dell’agente segreto più famoso: 007.
24 ore dopo, la banda al completo si riuniva. Oltre a me, c’erano i due Maurizio, Moreno, Franco e Luca. Ognuno di noi portava da casa i manici di scopa rubati alle nostre mamme, e un coperchio rotondo di cartone dei fustini di detersivo. Avevamo così: spade e scudi. I duelli in giardino erano il nostro modo di rivivere con la fantasia le gesta di quei valorosi cavalieri.
Il mito per eccellenza però, di noi bambini degli anni sessanta era Zorro. Le avventure di Don Diego della Vega alias Zorro e il suo servitore muto Bernardo erano sempre attese con grande impazienza. Basti pensare che a carnevale su dieci costumi venduti, otto erano quelli della mitica Volpe mascherata.
In via delle Sirene, quando si giocava a indiani e cow-boy quasi tutti tiravamo fuori dall’armadio il costume da Zorro.
E tutti, naturalmente, volevano essere Zorro.
C’erano molti altri telefilm per i ragazzi che rendevano indimenticabili i nostri pomeriggi, come il misterioso “Gianni e il magico Alverman”. La ragazzina svedese dalle trecce rosse che girava con un cavallo e una scimmia: “Pippi Calzelunghe”.
Oggi, a rivedere quei fotogrammi in un bianco e nero tremolante; riascoltare le sigle con l’audio distorto, mette una grande nostalgia addosso.
La stanza dei ricordi profuma di cioccolata calda e d’immagini liquide, stille delicate e preziose… come lacrime dal sapore di melanconia.

L’autunno in via delle Sirene modificava non solo i colori e i profumi, ma soprattutto le abitudini di noi bambini.
I platani e i pioppi si tingevano di rosso – giallo – marrone. Se penso a una foto del periodo, ricordo una vecchia Polaroid sbiadita e ingiallita che ritrae il mio giardino. Pennellate lievi di pastelli, avvolte nella prima foschia autunnale.
Le foglie si staccavano creando sui marciapiedi una superficie morbida, umidiccia, odorosa. Pericolosa. Qualcuno la chiamava la congiura delle foglie perché non sapevi mai cosa potevi trovare sotto.
Nell’orto di casa gli alberi da frutto si stagliavano contro le tinte monocromatiche delle altre piante. Il rosso e giallo dei melograni. I cachi di un arancio vivido.  Macchie colorate in una tela dalle sfumature smorte.
All’interno i profumi e il tepore cominciavano a farsi sentire. La nostra prima stufa era a carbone. Dietro il magazzino mio padre aveva accatastato il prezioso fossile accanto alla legna che serviva per la cucina. Spesso sfidavo mia sorella a scalare quella montagna friabile, con il risultato di franare rovinosamente a terra. Sporchi… come il carbone.
In giro per la casa, spostandosi di stanza in stanza, si era accompagnati dall’odore acre del carbone e quello più dolce della legna. Il tutto si mescolava con le nuvole di vapore che s’innalzavano dalla padella bucata dove mia madre cucinava le castagne.
In ottobre, il cielo era sovente cristallino e l’aria frizzante. Restavamo ore a fantasticare con il naso all’insù seguendo le scie degli aerei. Traiettorie particolari s’incrociavano disegnando trame nitide. Immaginavamo di essere ai comandi di fantasiose astronavi in viaggio verso mondi sconosciuti.
Le rondini erano già partite da un po’ mentre i merli e i passeri erano diventati i padroni indiscussi degli alberi e dei rovi lungo i fossati.
Con il passare dei giorni, i campi si tingevano di una tonalità gialla rossiccia sporcata da striature nere. Improvvisamente la quiete era troncata dal rumore meccanico del trattore. Un’invasione aliena. Noi bambini osservavamo con occhi curiosi quella macchina infernale affondare la lama dell’aratro e sollevare zolle enormi.
La visione di quello strano deserto bruciato dall’ultimo sole ispirava la nostra fantasia, ricca d’immagini ricavate dai libri letti, come “I ragazzi della via Pal”.
Via delle Sirene così dichiarava guerra a via dei Fauni. Le due strade di campagna, una di fronte all’altra, erano divise dalla statale ed erano popolate da una decina di vivaci ragazzini.
Il mio amico Maurizio comandava la banda dei Fauni.
Via delle Sirene invece non aveva un capo. Di volta in volta, uno di noi si alternava al comando, con esiti sempre disastrosi: nel nostro gruppo regnava l’anarchia totale. Di contro nei Fauni governava un’organizzazione militare. L’esercito di Sparta contro l’Armata Brancaleone.
– Preparativi.
Per la disperazione dei contadini, il giorno dopo l’aratura, con l’abnegazione degna del grande esercito Spartano, una decina di bambini suddivisi in due “bande” costruiva due fortini.
In pratica realizzavamo con i cubi di terra arata, una trincea protetta da un muro innalzato con le zolle. Quello era il forte. L’ultima frontiera di una “guerra” che si perpetrava a ogni autunno.
Nel primo pomeriggio, prima che il sole si nascondesse dietro gli alti platani all’orizzonte, le due bande si sfidavano.
– La guerra.
I forti distavano una decina di metri l’uno dall’altro. Le bande giungevano al campo di battaglia in fila indiana. Ordinate. Diligenti. Due veri mini eserciti. Davanti: il portabandiera. Noi avevamo un drappo bianco legato al manico di legno di una vecchia scopa, con disegnato a mano un temibile teschio.
Loro: una tela di colore rosso con cucita una F gialla.
Mentre ci si preparava, armandoci di piccoli cubi di terra, c’erano sempre piccole schermaglie verbali. Frasi come: “Arrendetevi!” oppure: “Sarete sconfitti dalla nostra potenza di fuoco!” erano lanciate nell’aria, minacciose come palle di neve fresca.
L’atmosfera condensava in sé tutti gli effluvi della terra umida e della sterpaglia marcia.
Le munizioni erano pronte. La potenza di fuoco della banda di via delle Sirene si chiamava Moreno. Tra noi era il più grande e forte fisicamente. Lo chiamavamo Alce. Il suo braccio lanciava le zolle più grosse. Ma soprattutto aveva una precisione di tiro invidiabile. Pochi colpi di Alce potevano demolire parte del forte avversario, aprendo una breccia per un’incursione all’arma bianca.
I primi colpi. Artiglieria pesante. Servivano ad abbattere il forte avversario.
Il sole disegnava lame di luce sul deserto di zolle. Le urla dei contendenti coprivano lo schiamazzo dei merli e dei passeri tra gli arbusti nel vicino fossato.
Fuoco leggero. Qualcuno veniva colpito. Nessuno si faceva male. Era l’umiliazione a bruciare di più quando un pezzo di terra ti sbatteva contro. L’avversario t’irrideva mentre si veniva automaticamente esclusi dalla battaglia.
La tensione aumentava colpo dopo colpo. I caduti si allontanavano dal campo di battaglia prima dell’ultimo assalto. Come avevamo visto fare in tanti film western con John Wayne, urlavamo la mitica frase: “All’assalto!”. Si scavalcava il proprio fortino e si andava con le zolle più piccole in mano verso l’avamposto avversario.
Nessun prigioniero. Fuoco a volontà.
La battaglia terminava con la distruzione dei fortini, mentre le risate risuonavano nella campagna silenziosa. Non c’erano vincitori né vinti.
La guerra era solo rimandata; si sarebbe combattuta l’anno prossimo.
– Il ritorno degli eroi.
La sera si affacciava bruciando le poche nuvole che sfioravano la pallida Luna tagliata a metà. Striature carminio decoravano il cielo.
La bruma si levava dai fossati e avvolgeva soffice come una coperta, la terra e gli scheletri dei nostri forti.
A casa lo sguardo indagatore di mia madre cercava di capire come mai, tornavo a casa, sporco di terra, come se avessi spostato tutte le zolle del campo da una parte all’altra.
Le caldarroste scoppiettavano all’interno della pentola sopra la fiamma della cucina a legna. Il profumo s’insinuava in tutte le stanze e dava una sensazione di tepore alla casa.
Nella penombra della sala da pranzo, le immagini in bianco e nero della Spada di Zorro ci ipnotizzavano davanti alla televisione.
Erano le diciassette e iniziava la tv dei ragazzi.

Il primo giorno di scuola.
Primo ottobre. San Remigio. Era la festa dei remigini, di tutti quei ragazzini, me compreso, cresciuti negli anni sessanta, che per la prima volta affrontavano il mondo scolastico.
Il colore arancio dei cachi appesi ai rami degli alberi rompeva la monotonia del verde e annunciava l’arrivo dell’autunno. I melograni nel giardino di casa si aprivano ormai maturi, mostrando il loro dolce e succoso contenuto.
Le fronde spruzzate di ruggine e marrone si muovevano nell’aria fresca. Venature ocra che viravano verso il rosso incendiavano i profili dei giardini e dei campi.
Nei campi, i contadini erano alle prese con il raccolto del granoturco. Tirannosauri dalle fauci rotanti ingurgitavano il frutto del lavoro dei mesi estivi. Ore dopo, i campi parevano oceani increspati di onde tinteggiate di miele sporco.
La sera qualche anziano che nel giardino di casa allevava poche galline, andava a raccogliere qualche pannocchia sfuggita ai denti del mostro meccanico.
Dopo alcuni giorni, i contadini accendevano nei campi, piccoli falò. Erano i primi segnali che la campagna si stava preparando alla stagione fredda. Le fiamme bruciavano lentamente le sterpaglie secche rimaste sul terreno umido.
Era un’immagine ipnotica, che mi emozionava e metteva in moto la fantasia. Le ombre della sera avvolgevano il paese. La bruma risaliva dal canale avvolgendo le piccole braci che brillavano nell’oscurità.
Le cucine delle case profumavano di castagne, vino novello, e di patate americane.
Qualche giorno prima dell’inizio della scuola, accompagnati dalla mamma, si andava a far compere nell’unica cartoleria del paese. Manco a dirlo questo negozio sorgeva accanto all’edificio scolastico. Appena ti affacciavi sulla porta d’ingresso eri investito dall’odore classico di cancelleria. Gli occhi, ma soprattutto i desideri di noi bambini, si posavano sulla miriade di colori a matita. Si spostavano poi, su quella specie di libri dove c’erano tanti disegni da colorare. La vera “tentazione” però si chiamava: “Pongo”. Una specie di plastilina colorata con cui plasmare strani animali, indiani e cow-boy. Astronavi spaziali.
A spezzare speranze e sogni, arrivava però, la voce perentoria della mamma.
“Signora… Ci servono: quaderni a righe, quelli per la prima elementare. A quadretti…!”.
Poi c’erano: il libro di lettura, e il sussidiario. Le scelte più difficili comunque cadevano sul diario e l’astuccio. Io preferivo quello con i personaggi di B.C. mentre per l’astuccio ce n’erano di vari formati e prezzi.
12 – 24 – 36. Questi numeri corrispondevano alle matite colorate inserite all’interno. Erano in plastica colorata con gli eroi dei cartoni dell’epoca stampati sulla copertina. Comprendevano svariate penne, gomme da cancellare. Matite, e temperamatite.
I più fortunati possedevano quello doppio; dove, in più, c’erano il righello, il compasso, il goniometro e i pennarelli.
Ricordo la mia prima penna stilografica, regalatami da mio padre. Pennino dorato. Inchiostro blu cobalto.
I fogli di carta assorbente. Ogni quaderno ne possedeva uno ed era usato per non lasciare macchie sulla pagina appena scritta. Ma non impediva all’inchiostro di sporcare le dita…
Nel negozio di merceria, una rastrelliera era adibita esclusivamente, da metà settembre a tutto ottobre, ai grembiuli. Tutti naturalmente di colore nero. Fiocco rosso per le bambine. Blu per i maschietti.
C’era chi veniva a scuola sempre con le scarpe nuove e lucide, chi invece come me, con scarponcini consunti e magari già usati dal fratello più grande o da qualche cugino.
Nella cartella non mancava mai la merendina. Chi aveva maggiori possibilità, si fermava in panificio e comprava il pane con l’uvetta. Noi, figli di operai e casalinghe, ci portavamo da casa mezza rosetta, spesso quella del giorno prima, con il burro e lo zucchero.
8:30.
Genitori e nonni si assiepavano emozionati, davanti al grande cancello di ferro battuto. Non potrò mai dimenticare gli occhi di mio padre e mia madre. Commossi. Orgogliosi.
Nell’atrio della scuola Giulio Cesare Parolari, si poteva udire un gran vociare che andava aumentando di minuto in minuto. Gli scolari delle altre classi già si conoscevano. Noi invece, eravamo i remigini. Soli. Emozionati. Guardavamo tutto e tutti con occhi curiosi; spaventati. I ragazzini più grandi si burlavano di noi. I più piccoli piangevano, chiamando la mamma.
Decine di bambini in grembiule. Un oceano nero in continua mutazione.
8:45.
Ingresso in aula. La classe era stata ridipinta durante le vacanze e puzzava di vernice. La lavagna nera troneggiava accanto alla cattedra. Il crocefisso e la foto del Presidente della Repubblica, appesi appena dietro.
I banchi, probabilmente sopravvissuti alla grande guerra, erano di legno con intagliati disegni, nomi di pseudo fidanzatine… fedi calcistiche. Cicatrici di un passato che non voleva andarsene. C’era il buco per il calamaio a memoria dei tempi andati quando si usavano la boccetta d’inchiostro e il pennino per scrivere. Sotto, un’asse più sottile dove riporre la cartella. La mia era rossa. Pesante.
La maestra, una piccola signora con la dolcezza e pazienza di una zia, indossava un grembiule. Rigorosamente nero.
Ci fu il momento della preghiera.
Dell’appello.
Della visita in classe del preside. Figura inquietante che si stagliava sulla porta come un dio greco. Il primo giorno di scuola prevedeva un suo discorso di benvenuto.
Ecco, finalmente, il momento magico. Una frase che rimarrà per sempre stampata nella mia memoria, rimbalzò nell’aula in un silenzio tombale.
“Ora tirate fuori un quaderno a righe e la penna stilografica.”.
Il gesso sulla lavagna si sgretolava stridendo mentre la Signora Maestra ci insegnava i primi rudimenti della lingua italiana.
Con un righello, indicava i fogli appesi alla parete con stampati vari esempi per aiutarci ad imparare a leggere.
A; come ape – B; come bicicletta – C; come casa…
Poi arrivò il momento delle aste.
Quaderni di tremolanti segmenti. Tracciati interrotti sulla riga del quaderno. Verso destra. Verso sinistra.
Solo più tardi a metà anno scolastico saremmo passati ai compiti di bella scrittura. Ma questa è un’altra storia.
Il primo giorno di scuola durava poco. Forse un paio d’ore. Subito dopo si era accompagnati verso l’uscita dalla maestra. L’occhio attento delle bidelle controllava che le file fossero ordinate e silenziose. Silenziose come lo possono essere decine di bambini. Quando il suono della campanella echeggiava nell’atrio, ci catapultavamo fuori. Urlanti. Finalmente liberi…
Mio padre mi aspettava con la sua moto. Una Morini 50cc di colore blu. Salivo davanti a lui tra il serbatoio e il parabrezza.
Mi sentivo come Don Chisciotte in sella al suo ronzino, portato verso nuove avventure dal fido Sancho Panza.
Ancora non conoscevo, fortunatamente, il significato della parola: nostalgia.
Onde melanconiche, che profumano di matite colorate… parole scritte con inchiostri densi di memorie…

Scatti ingialliti dal tempo nella soffitta della memoria.
Estate. Fine anni sessanta.
Alla radio suonavano “Tutta mia la città” degli Equipe 84.
Le cicale frinivano danzando impercettibilmente tra le foglie dei platani.
Volute di calore esalate dal catrame bollente, creavano ombre lunghe, disarticolate. Simili a un desertico miraggio popolato di mostri e fantasmi incorporei.
Aiutare in casa facendo piccoli lavoretti, era una prassi consueta durante le vacanze per noi bambini di “Via delle Sirene”. Un rituale che si consumava tra i compiti, e due tiri a pallone in giardino.
Verso metà mattina, mia madre era costretta a darmi letteralmente la caccia. L’ordine era perentorio e non ammetteva repliche. Fare la spesa. La minaccia che mio padre potesse essere informato di un mio rifiuto, ammorbidiva ogni timida resistenza. Brontolando, inforcavo la bicicletta e uscivo per andare nei vicini negozi a comprare il pane.
Alla fine degli anni sessanta ancora non erano comparsi quegli Orchi conosciuti come: “Supermercati” né tantomeno quei “centri commerciali”, che un giorno avrebbero ingurgitato i piccoli bottegai.
All’epoca c’erano: il fruttivendolo. Il negozio di generi alimentari. La merceria. La ferramenta. Il meccanico che aggiustava le biciclette. Il calzolaio.
Le insegne portavano di solito i nomi di battesimo dei titolari. Così t’imbattevi nel negozio di frutta e verdura da Orlando. Alimentari da Gino. Macelleria Giorgio. La Gigetta e la sua merceria. Officina Pino. Lui era il nostro meccanico e gestore dell’unico distributore di carburante del centro abitato. Due pompe: Super e Normale.
In paese erano delle vere o proprie celebrità, conosciute e ammirate da tutti. Come succedeva alla signora Pierina che gestiva l’unico Bar-Tabaccheria, anche Orlando, e Gino, raccoglievano pettegolezzi e chiacchiere di paese. Si sorbivano le confidenze delle casalinghe e delle nonne, il chiacchiericcio dei bambini pieno di sogno e gioia.
Tutti: sapevano tutto! Paese piccolo…
Pedalavo per una decina di minuti prima di arrivare. L’edificio a tre piani, di recente costruzione, comprendeva a pianterreno, uno accanto all’altro, il fruttivendolo, la bottega dei generi alimentari e il panificio davanti avevano una piccola piazzola di sosta dove c’era la rastrelliera per le bici.
Bloccavo le ruote della Graziella frenando con forza. La mia, era una bici pieghevole  di colore giallo, con il cavalletto in alluminio sempre pericolosamente sul punto di spezzarsi. I pneumatici fumanti provocavano un sibilo inquietante.
L’aria profumava di pane appena sfornato. La mia scelta variava tra: mantovane; rosette, o montasù.
Indimenticabile era il buon odore del pane con l’uvetta. Nel periodo scolastico questi panetti sostituivano la merendina della Ferrero nella cartella, tra l’astuccio sagomato di B. C. e il sussidiario.
L’ingresso di questi piccoli negozi era di solito sempre uguale. Una tenda di plastica a strisce verticali e colorate dava il benvenuto assieme ai vari cartelli con le offerte del giorno.
All’esterno, faceva bella mostra di sé, il distributore di gomme da masticare. Solo alcuni anni dopo, avremmo scoperto i chewing gum della Brooklyn. La: “Gomma del ponte!”.
Quelle invece, contenute nel globo di vetro, erano palline colorate di zucchero che noi chiamavamo, confidenzialmente, cingomma.
Si infilavano dieci lire nell’apposita tasca poi, si girava in senso orario una manopola in metallo pressofuso. Il meccanismo si attivava e nella fessura d’uscita, magicamente si depositava una gomma da masticare.
La signora dietro al banco del panificio, che nove volte su dieci era la moglie del panettiere, spesso, non aveva il resto in monetine.
Sapendo di far leva sulla nostra golosità, ci sorrideva pronunciando la formula magica con voce suadente: “Vuoi due caramelle come resto?”.
Quale bambino poteva rifiutare un’offerta del genere? Uscivamo così dal negozio tenendo in mano un piccolo tesoro composto di caramelle Elah, Galatine o le immancabili: Pip.
Al negozio di generi alimentari le cose non erano poi, molto diverse. Gino era un uomo robusto e sempre sorridente. Le sue mani grandi affettavano – Tagliavano – Impacchettavano. E avevano sempre un gesto di riguardo verso ogni cliente. Non di rado capitava di vederlo dopo la chiusura del negozio, viaggiare di casa in casa con la sua Lambretta bianca e rossa, recapitando la borsa della spesa alle persone anziane.
Gino mi metteva da parte le confezioni di formaggino Mio perché in regalo c’erano le riproduzioni dei personaggi dei miei cartoni preferiti. Sapeva che li aspettavo con impazienza, e questa nostra complicità lo divertiva molto. Rimpiango di aver buttato l’assortimento dei pupazzetti di plastica da attaccare con il sapone al frigorifero o alle piastrelle della cucina. Avevo collezionato con tanta fatica, tutti i personaggi dei cartoni animati della Disney.
Con la raccolta punti invece, regalavano il pupazzo gonfiabile della Mucca Carolina o Susanna Tuttapanna.
Gino conosceva molto bene la mia maestra delle elementari, sua cliente affezionata. Lei, aveva il feticcio dei fogli che lui usava per incartare il salame, o il formaggio, così me ne dava sempre un po’ che utilizzavo per i miei disegni a scuola.
Il suo negozio profumava di spezie. Di detersivo Tide. Di baccalà. Di salumi appesi alle mensole. Di formaggi e di DDT.
Quest’ultimo era un liquido che veniva inserito su un particolare nebulizzatore in ottone munito di serbatoio. Più simile al napalm che all’odierno insetticida, mia madre lo spruzzava in tutte le stanze, sparando nuvole di vapore puzzolente contro le malcapitate zanzare.
I colori e i profumi erano di casa anche da Orlando: l’uomo della frutta e verdura. Nel suo piccolo spazio stracolmo di cassette, esponeva i frutti di stagione con estrema cura sistemandoli cromaticamente. Esaltandone colori e contrasti.
Quest’uomo piccolo di statura portava occhiali dalla montatura di tartaruga dalle lenti spesse. Indossava un grembiule di colore blu che lo faceva assomigliare più a un bidello che a un ortolano.
Orlando il generoso. Così lo chiamavamo in paese, perché non alleggeriva mia il peso anzi, aggiungeva sempre un po’ di frutta o verdura in più sul piatto della bilancia in ottone. Poi, avvolgeva tutto in spessi fogli di colore giallo ocra.
Fatta la spesa, riempivo velocemente il cestino, e poi via di corsa. Pedalavo con il cuore libero e sereno verso casa; seguendo la riga bianca di mezzeria.
Ai lati della via, i rami dei pioppi creavano un arco e le ombre parevano giganti scheletrici che allungavano i loro tentacoli verso ignari ciclisti.
Nella tasca dei pantaloncini le palline di gomme da masticare diventavano un unico ammasso zuccherino e appiccicoso, che sentivo fondersi con il tessuto di cotone.
Avvertivo la leggerezza dell’anima. I miei occhi curiosi raccoglievano ogni immagine, ogni colore, riponendoli in angoli inaccessibili della mente.
Ancora non sapevo, che un giorno avrei visitato a quella vecchia e polverosa soffitta.
Gocce di memorie lontane, dolci e colorate… come perle di chewing gum.